Flesh Made Fear

Flesh Made Fear – Recensione

Negli ultimi anni il survival horror classico sta vivendo una seconda giovinezza. Dopo il successo dei remake di Resident Evil e Silent Hill, sempre più sviluppatori indipendenti hanno deciso di recuperare quell’identità fatta di inquadrature fisse, controlli tank, gestione delle risorse e puzzle ambientali. Alcuni hanno cercato di modernizzare la formula, altri di reinterpretarla. Flesh Made Fear, dal canto suo, non fa assolutamente nulla per nascondere le proprie ispirazioni.

Flesh Made Fear

Fin dai primi minuti è evidente che Tainted Pact non abbia alcun interesse nel reinventare il genere. Il suo obiettivo è ricreare le sensazioni dei survival horror della seconda metà degli anni Novanta, aggiungendo però una personalità estetica tutta sua, intrisa di horror exploitation, neon, sangue a fiumi e un gusto volutamente esagerato per il cinema di serie B degli anni Ottanta. Il risultato è un titolo che vive continuamente in equilibrio tra omaggio e imitazione. Se da un lato manca quasi del tutto il desiderio di sorprendere con idee realmente nuove, dall’altro dimostra una conoscenza profonda del materiale originale, riuscendo spesso a evocare quella stessa tensione che rese immortali i primi Resident Evil.

Flesh Made Fear

La storia del gioco è ambientata nel 1992. Una squadra speciale chiamata R.I.P. (Reaper Intervention Platoon) viene inviata nella cittadina isolata di Rotwood per rintracciare Victor Ripper, ex scienziato della CIA coinvolto in esperimenti di controllo mentale derivati dal famigerato progetto MK Ultra. Già da queste poche righe è impossibile non sorridere. R.I.P. richiama apertamente gli S.T.A.R.S., Victor Ripper è praticamente un Albert Wesker ancora più sopra le righe e Rotwood sembra quasi una parodia dei classici paesini sperduti del cinema horror americano. Il gioco sa perfettamente di essere pieno di cliché e non tenta mai di mascherarli, abbracciandoli piuttosto con una certa convinzione. Zombie, laboratori segreti, esperimenti genetici, registrazioni audio, ville misteriose, bunker sotterranei e mostri mutati arrivano uno dopo l’altro seguendo una struttura che ogni appassionato del genere conosce praticamente a memoria. Purtroppo, dopo un’introduzione piuttosto promettente, il resto della squadra sparisce quasi completamente dalla scena, lasciando il protagonista ad affrontare gran parte dell’avventura in solitaria. È un peccato, perché alcune personalità sembravano avere un buon potenziale e avrebbero meritato maggiore spazio. Anche i documenti sparsi lungo il percorso non raggiungono mai il livello di quelli presenti nei grandi classici del genere. Molti risultano funzionali più che memorabili e difficilmente troverete qualcosa destinato a restare nella memoria come il celebre diario “Itchy… Tasty…” di Resident Evil.

Flesh Made Fear

Come da tradizione, all’inizio della partita possiamo scegliere tra due personaggi. Jack Richards è più resistente ai danni ma dispone di uno spazio limitato nell’inventario. Natalie Lewis è invece più fragile, ma può trasportare molti più oggetti. Ma non si tratta semplicemente di una differenza numerica: le due campagne condividono gran parte della struttura, ma presentano alcune aree esclusive, percorsi differenti e piccoli cambiamenti che incentivano una seconda partita. Non aspettatevi però un sistema complesso come quello di Resident Evil 2 con gli scenari A e B: qui le differenze sono più contenute e servono soprattutto ad aumentare la rigiocabilità senza modificare realmente il filo narrativo. Resta comunque una scelta intelligente che aggiunge valore a un’avventura che può essere completata in circa sei ore.

Flesh Made Fear

Flesh Made Fear è un titolo che parla soprattutto agli appassionati del survival horror classico. Chi sente la mancanza delle inquadrature fisse, dei controlli tank e della continua gestione delle risorse troverà un’esperienza costruita con evidente passione e rispetto per il passato. È consigliabile anche a chi vuole avvicinarsi per la prima volta a questo tipo di giochi, perché la difficoltà rimane generalmente accessibile e gli enigmi non risultano mai eccessivamente criptici. Chi invece cerca una narrativa profonda, meccaniche innovative o una produzione capace di competere con i grandi survival horror moderni rischia di rimanere deluso. Flesh Made Fear vive soprattutto di nostalgia e non fa molto per uscire dall’ombra dei suoi modelli.

Flesh Made Fear

VALUTAZIONE FINALE - Flesh Made Fear
8.0

Flesh Made Fear è un progetto che sceglie consapevolmente di guardare indietro, recuperando quasi ogni elemento che ha reso iconici i primi Resident Evil, senza preoccuparsi troppo di modernizzarlo.

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