Backrooms: Lost Tape – Recensione

C’è un momento, dopo circa dieci minuti di gioco, in cui ti fermi senza motivo e ti guardi alle spalle. Non è successo nulla. Nessun nemico, nessun rumore nuovo. Solo un corridoio giallo identico a quello che hai appena attraversato, con lo stesso ronzio di neon sopra la testa. Ed è lì che Backrooms: Lost Tape ti ha già intrappolato, prima ancora che qualcosa provi davvero a farti del male.

Sviluppato da Cortez Productions e portato su PlayStation 5 da Perp Games lo scorso 5 giugno, il gioco arriva dopo un’uscita PC precedente e si presenta come un’antologia found footage: nastri VHS ritrovati che raccontano, uno alla volta, cosa succede a chi finisce nelle Backrooms. È un horror psicologico in prima persona senza interfaccia a schermo, con enigmi ambientali ed entità che interrompono il silenzio. Il pacchetto attuale include due nastri.

Gameplay

Il primo nastro ti mette nei panni di Josh, un addetto di un cinema che finisce improvvisamente intrappolato nelle celebri stanze gialle. Da lì in poi si cammina, si osserva, si legge ogni foglio lasciato a terra da chi è passato prima. La progressione alterna esplorazione, documenti sparsi, pochi rompicapi e fughe improvvise, e l’assenza di indicatori a schermo costringe a riconoscere passaggi e anomalie senza frecce luminose. Funziona, soprattutto nelle prime stanze, quando ancora non sai cosa aspettarti da un corridoio identico al precedente.

Il problema è che il gioco non si fida abbastanza di questa tensione. Bastano poche stanze prima che l’orientamento diventi un esercizio meccanico più che un’esperienza di smarrimento vero, inoltre, gira da tempo un codice segreto da digitare su un computer nella sala macchine che rende sicura l’intera area, disattivando di fatto la minaccia. Che un trucco del genere sia diventato di dominio pubblico dice molto su quanto la componente di sopravvivenza sia, alla lunga, più scenografica che pericolosa, inoltre, anche cercarlo da soli è abbastanza semplice.

Storia

Il secondo nastro cambia protagonista: la videocamera passa al fratello di Josh, Nikolas, deciso a ritrovarlo, e la trama si sposta verso livelli più ampi legati a esperimenti poco rassicuranti. È qui che il gioco prova ad andare oltre la semplice attrazione turistica per lo spazio liminale, ma i due nastri restano due racconti autoconclusi più che un arco narrativo compiuto. Non aiuta sapere che l’antologia è tecnicamente incompleta: gli sviluppatori hanno già annunciato nuovi nastri, probabilmente a pagamento, il che lascia la sensazione di aver comprato solo il primo atto di qualcosa. Chi cerca risposte sulle Backrooms in questo titolo troverà più domande che chiusure, e va bene così finché resta strumento di inquietudine, meno quando diventa semplicemente un modo per giustificare contenuti futuri.

Grafica ed effetti sonori

Il comparto tecnico è la parte più curata del pacchetto. Il filtro VHS, la distorsione cromatica e il rumore visivo non sono decorazioni buttate lì per moda, ti aiutano davvero a non capire se quello che hai visto muoversi in fondo al corridoio fosse reale o un artefatto della registrazione. Il merito principale però va al sonoro. Le luci fluorescenti ronzano con l’insistenza di un insetto chiuso in una stanza, odiose, la moquette sembra sempre un po’ umida sotto i passi, e ogni tanto un colpo secco ti fa togliere le cuffie per controllare che non arrivi da fuori. Arriva sempre dal gioco per fortuna, o forse no.

Conclusione su Backrooms: Lost Tape

Backrooms: Lost Tape sa cosa rende inquietante uno spazio vuoto, e nella prima ora lo dimostra meglio di tanti titoli con budget doppio. Poi si affida troppo alla ripetizione degli stessi trucchi, lascia scoprire scorciatoie che smontano la tensione da sole, e chiude senza davvero chiudere nulla, rimandando la storia vera a contenuti che ancora non esistono. È un buon biglietto da visita per l’immaginario delle Backrooms, non ancora il gioco definitivo che quell’immaginario meriterebbe.

Backrooms: Lost Tape - Recensione
6.0

L'atmosfera regge, i corridoi gialli fanno il loro lavoro. Ma tra un'antologia lasciata a metà e un trucco che disinnesca la paura, il gioco vale più per il momento in cui ti fa fermare e guardarti alle spalle che per quello che ti offre dopo.

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