Mouse P.I.

MOUSE: P.I. For Hire – Recensione

Se da una parte ormai molti giochi finiscono per forza di cose nel mare infinito degli indie moderni, dlal’altra ce ne sono altri che riescono a distinguersi, come MOUSE: P.I. For Hire, che entra in scena come un gangster con il trench coat bianco in mezzo a un vicolo pieno di compari anonimi. Basta un singolo screenshot per capire che qui c’è qualcosa di diverso: animazioni da cartone animato in bianco e nero, jazz ovunque, pistole tommy gun, topi gangster e un detective privato che sembra uscito da una pellicola proibita degli anni ’30. Il rischio iniziale è quello di attirare con uno stile molto forte ma che da solo non riesce a reggere l’intera produzione, ma fortunatamente MOUSE: P.I. For Hire non è uno di quei casi. È anzi uno di quei rarissimi casi in cui una direzione artistica clamorosa viene accompagnata da un FPS solido, velocissimo e tremendamente divertente da giocare. Non tutto funziona alla perfezione e ci sono alcuni pesanti difetti, ma ne parleremo a tempo debito.

Mouse P.I.

La storia segue Jack Pepper, investigatore privato di Mouseburg, città decadente popolata da topi antropomorfi, corrotta fino al midollo e piena di politici viscidi, mafiosi, poliziotti marci e locali fumosi dove probabilmente qualcuno sta già preparando il prossimo omicidio. Quello che inizia come un semplice caso di persona scomparsa si trasforma rapidamente in un intreccio molto più grande, noir nel senso più classico del termine: femme fatale, cinismo, personaggi moralmente ambigui e dialoghi che sembrano sputati direttamente da un vecchio film con Humphrey Bogart.

La scrittura, nella maggior parte dei casi, è ben calibrata. Jack Pepper è un protagonista carismatico, sarcastico senza diventare insopportabile, e Troy Baker riesce a venderne perfettamente il tono hard boiled. Mouseburg trasmette continuamente quella sensazione di città sporca e disperata tipica del noir, ma filtrata attraverso il linguaggio assurdo dei cartoni anni ’30. Il gioco è pieno di battute a tema formaggio, riferimenti ai topi e gag varie che a volte esagerano anche parecchio. Ci sono momenti in cui sembra quasi incapace di prendersi sul serio per più di trenta secondi consecutivi, con alcune battute che fanno ridere, altre tirate troppo per le lunghe, e il continuo bisogno di citare vecchi cartoni o fare meta-umorismo che finisce occasionalmente per spezzare il ritmo della narrazione.

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Ma quando MOUSE lascia spazio all’atmosfera, le cose diventano interessanti sul serio. Alcune sequenze hanno un fascino incredibile: locali jazz illuminati dal neon, teatri in fiamme, studi cinematografici decadenti, paludi infestate, battelli di lusso pieni di criminali. Ogni area del gioco sembra costruita per essere ricordata. Ed è impressionante quanto il team sia riuscito a rendere vivo questo mondo usando quasi esclusivamente bianco, nero e sfumature di grigio.

Dal punto di vista visivo, siamo tranquillamente davanti a uno degli shooter più stilisticamente forti degli ultimi anni. Ogni animazione sembra disegnata a mano con una cura maniacale. I personaggi rimbalzano elasticamente sul posto, i nemici si deformano in modi assurdi quando esplodono, le armi hanno reload esagerati e teatrali, e ogni singolo elemento dello schermo sembra animato con amore quasi ossessivo, con dettagli ovunque: i proiettili nell’HUD che reagiscono agli spari, i nemici che si trasformano in scheletri tremolanti, le morti slapstick degne di Tom & Jerry sotto acido. Ci si ferma volentieri a guardare per un sacco di tempo roba completamente inutile. Anche la colonna sonora fa un lavoro gigantesco nel vendere l’atmosfera, con jazz, swing e big band che accompagnano praticamente ogni momento dell’avventura e riescono a dare al gioco una personalità fortissima.

Mouse P.I.

Il gameplay di MOUSE: P.I. For Hire riesce a stare al passo, ed è praticamente uno sparatutto. L’influenza di Doom (2016) è evidentissima, ma il gioco riesce comunque ad avere una propria identità grazie al mix tra slapstick cartoon e violenza ultra stilizzata.

Un difetto del gioco è il fatto che tende a mandare il giocatore molto spesso in arene chiuse, mandandogli contro orde di nemici e diventando ben presto molto prevedibile. Molto meglio invece le boss fight, che sono probabilmente il punto più alto del gameplay. Ogni boss introduce idee diverse e sfrutta davvero il mix tra movimento, armi e ambientazioni. Alcuni sono creativamente folli e sembrano veri episodi finali di un cartone animato impazzito.

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Il difetto più grosso però è sulla componente investigativa, che lascia davvero l’amaro in bocca. Il gioco tende a dare al giocatore continuamente l’hint di essere un investigatore privato, tuttavia non c’è mai una vera e propria investigazione. Le prove vengono raccolte automaticamente, il tabellone dei collegamenti si aggiorna da solo e Jack arriva sempre da solo alla conclusione corretta. Il nostro scopo è solamente sparare a qualsiasi cosa si muova.

VALUTAZIONE FINALE - MOUSE: P.I. For Hire
7.5

MOUSE: P.I. For Hire è un gioco molto divisorio, in cui la narrativa investigativa viene continuamente sacrificata in favore dell’azione. Nonostante l'incoerenza, però, è un gioco con identità, carattere e un’estetica semplicemente clamorosa.

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