Death Howl fa parte di un tipo di giochi che possono risultare sadici: ostili, cupi, e perfettamente consapevoli di esserlo. È un titolo che prende spunto dall’immaginario dei soulslike e lo trasforma in qualcosa di molto diverso: un’avventura tattica a turni basata su carte, immersa in un mondo oscuro dove la morte non è solo una possibilità, ma parte integrante del viaggio. Il risultato è un gioco affascinante e originale, ma anche estremamente esigente. Non sempre nel modo giusto.

La storia di Death Howl è semplice nella premessa ma pesante nei temi. Si veste i panni di Ro, una madre devastata dalla perdita del proprio figlio. Quando una forza misteriosa le offre l’opportunità di riportarlo indietro, il prezzo da pagare è altissimo: attraversare un mondo spirituale corrotto, affrontando creature deformi e orrori ancestrali. L’ambientazione prende ispirazione dal folklore dell’Europa orientale, con foreste oscure, simbolismi naturali e presenze inquietanti che sembrano emergere direttamente da incubi antichi. Il viaggio non è solo fisico ma anche emotivo: ogni passo nella natura distorta sembra riflettere il dolore e la disperazione della protagonista. Il tono generale ricorda l’atmosfera malinconica e decadente di titoli come Dark Souls o Elden Ring, ma tradotta in una forma molto più contemplativa e strategica.

La particolarità di Death Howl è il modo in cui rielabora il concetto di soulslike. Qui non ci sono combattimenti in tempo reale. Le battaglie avvengono su una griglia isometrica e sono completamente turn-based. Le azioni disponibili derivano da un mazzo di carte che rappresenta le abilità della protagonista. Ogni turno si dispone di un numero limitato di punti azione che servono sia per giocare carte offensive o difensive, muoversi sulla griglia, o posizionarsi per evitare gli attacchi nemici.
Questo crea un sistema di combattimento che unisce strategia, gestione delle risorse e posizionamento. I nemici hanno comportamenti molto diversi tra loro: alcuni caricano frontalmente, altri attaccano da lontano, altri ancora applicano effetti debilitanti come veleno o maledizioni. Capire quando attaccare, quando ritirarsi e quando difendersi diventa essenziale.
Come ci si aspetterebbe da un titolo ispirato ai soulslike, Death Howl non fa sconti. Anzi, spesso sembra intenzionato a mettere costantemente il giocatore alle strette. All’inizio dell’avventura Ro è estremamente fragile. Le carte disponibili sono poche e poco potenti, mentre molti nemici possiedono attacchi a lungo raggio o abilità debilitanti che possono rapidamente ribaltare uno scontro. Il sistema di progressione richiede di raccogliere le “Howls”, una sorta di valuta spirituale lasciata dai nemici sconfitti. Morire significa perderle, con la possibilità di recuperarle solo tornando sul luogo della morte e sconfiggendo nuovamente l’avversario responsabile. È una struttura chiaramente ispirata al genere soulslike, ma applicata a un sistema tattico che può rendere la progressione particolarmente lenta. Il risultato è che molte battaglie diventano vere e proprie prove di resistenza, dove l’errore viene punito severamente e la vittoria non sempre dà una sensazione di trionfo quanto di semplice sollievo.

Tra uno scontro e l’altro si esplora un mondo fatto di sentieri, radure e grotte nascoste. L’esplorazione permette di trovare ingredienti, parti di creature, o nuove carte.
Questi elementi vengono utilizzati per espandere il proprio mazzo e creare abilità più efficaci. Con il tempo si possono ottenere carte difensive, mosse evasive, attacchi a distanza e combinazioni più elaborate. È qui che il sistema mostra il suo potenziale strategico: costruire un mazzo capace di rispondere ai diversi tipi di nemici diventa fondamentale per sopravvivere nelle zone più avanzate. Tuttavia, il processo di acquisizione delle nuove carte richiede pazienza e una buona dose di perseveranza.

Dal punto di vista artistico, Death Howl sceglie uno stile molto sobrio. La pixel art utilizza palette di colori spente e ambientazioni dominate da ombre e tonalità naturali. Non è un gioco che cerca di stupire con effetti spettacolari, ma piuttosto di costruire un’atmosfera opprimente e malinconica. Il risultato è un mondo che comunica costantemente una sensazione di isolamento e inquietudine. Anche il comparto sonoro segue la stessa filosofia: pochi elementi musicali, suoni ambientali e ritmi quasi rituali che accompagnano l’esplorazione e i combattimenti. Non è una colonna sonora invadente, ma contribuisce molto a rafforzare il tono dell’avventura.
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VALUTAZIONE FINALE - Death Howl
Death Howl è uno di quei giochi che non cercano di piacere a tutti. È cupo, difficile e a tratti persino scoraggiante. Ma sotto questa scorza dura si nasconde un sistema di gioco intelligente e una visione creativa piuttosto originale: trasformare l’esperienza soulslike in un gioco strategico a turni. Non sempre l’equilibrio è perfetto, e la difficoltà può risultare eccessiva per molti. Ma per chi è disposto ad affrontare il viaggio fino in fondo, Death Howl riesce comunque a lasciare il segno.


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