Il genere dei “survivors-like” è ormai esploso ben oltre il fenomeno iniziale generato da Vampire Survivors. Negli ultimi anni abbiamo visto decine di titoli provare a reinterpretare quella formula fatta di orde infinite, build rotte e il celebre effetto “ancora una run e poi smetto”. Alcuni si limitano a copiarne la struttura, altri tentano di aggiungere nuove idee per distinguersi dalla massa. Grind Survivors tenta la seconda strada, non rivoluziona il genere, ma inserisce abbastanza elementi interessanti da riuscire a ritagliarsi una propria identità. Il risultato è abbastanza compulsivo, ma come quasi tutti i giochi di questa tipologia, “premia” il giocatore anche nel fallimento, dando potenziamenti permanenti e armi che permettono di ritentare una run avendo fatto qualche passo in avanti e non lasciando la sensazione di aver solo perso tempo.

La struttura di base è quella che ormai conosciamo bene. Si entra in una mappa, si sopravvive per un determinato tempo, si eliminano migliaia di nemici e si accumulano upgrade durante la partita. Ma Grind Survivors aggiunge un elemento che cambia radicalmente il ritmo della progressione: le armi persistenti. Ogni run lascia al giocatore nuove armi, materiali e risorse utilizzabili anche fuori dalla partita, ed esse non sono semplici equipaggiamenti temporanei: possiedono rarità differenti, statistiche casuali e possono essere migliorate, fuse o smontate per ottenere nuove risorse. Il risultato è una struttura che ricorda quasi un action RPG in stile Diablo più che un classico survivors-like.

Tra una run e l’altra il giocatore accumula due valute principali: Ash e Hell Dust. La prima viene utilizzata soprattutto per modificare e migliorare le armi, mentre la seconda serve per sbloccare abilità permanenti con bonus passivi, slot per rune e nuove opzioni di personalizzazione. Le rune aggiungono ulteriore profondità al sistema, permettendo build sempre più specializzate. Alcune, per esempio, aumentano i danni ai nemici indeboliti, altre migliorano scudi, salute, rimbalzi dei proiettili o effetti elementali. Dopo qualche ora si inizia inevitabilmente a creare setup completamente sbilanciati, capaci di trasformare lo schermo in un inferno di esplosioni continue.

Una delle idee più intelligenti del gioco (e probabilmente una delle vere e proprie novità che non ho mai visto prima in questo genere) è la possibilità di alternare liberamente tra modalità auto-fire e controlli manuali twin-stick. Chi vuole un’esperienza più rilassata può affidarsi al fuoco automatico e concentrarsi esclusivamente sul movimento e sul posizionamento, come in un normale titolo del genere Survivors. Chi invece preferisce maggiore precisione può utilizzare il sistema twin-stick tradizionale.

Dal punto di vista artistico Grind Survivors sceglie una strada molto diversa rispetto ai pixel art minimalisti del genere. Qui troviamo un’estetica più fumettosa e dettagliata, chiaramente ispirata all’immaginario heavy metal e ai classici shooter demoniaci. I protagonisti sembrano marine spaziali usciti da una versione low-budget di Warhammer 40,000: Space Marine, mentre gli scenari alternano foreste bruciate, terre devastate e fortezze infernali. Purtroppo però le ambientazioni, pur gradevoli, tendono a ripetersi visivamente (al punto da lasciare il dubbio che l’intero gioco abbia solo un’unica mappa), e alcuni effetti luminosi durante gli scontri diventano fin troppo invasivi. In certi momenti le esplosioni e i flash finiscono addirittura per coprire il personaggio. Fortunatamente il comparto tecnico regge sorprendentemente bene anche nelle situazioni più estreme. Con centinaia di nemici contemporaneamente sullo schermo, il gioco mantiene una fluidità notevole. Anche il comparto audio svolge bene il suo lavoro senza però lasciare davvero il segno. Le musiche heavy metal accompagnano adeguatamente il massacro, ma raramente raggiungono la memorabilità dei grandi esponenti del genere.

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VALUTAZIONE FINALE - Grind Survivors
Grind Survivors espande in maniera intelligente il genere Survivors con un sistema di armi persistente, ma non riesce a ritagliarsi l'eccellenza a causa di una ripetitività addirittura superiore a quella degli altri esponenti del tipo.


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